sabato 8 dicembre 2012


Lettera di un giovane marinaio 

Sono un Allievo di Coperta, mi sono diplomato nel 2008 presso il Nautico "San Giorgio" di Genova; non riesco a trovare un lavoro. Il mio problema? Non sono nato in Italia, ma nelle isole di Capo Verde, quindi pur vivendo dal 2001 nel Vostro Paese, pur avendo frequentato le vostre scuole e parlando perfettamente la Vostra lingua, non riesco ad ottenere il libretto italiano. Non sono cittadino italiano, quindi non posso seguire i corsi professionali, ne' iscrivermi alla Gente di Mare, non posso frequentare l'Accademia Italiana della marina mercantile, pur avendo appena terminato presso questa istituzione il corso di inglese marittimo rivolto a disoccupati nel settore.
Non sono l'unico giovane in queste condizioni in Italia: i Nautici attirano molti ragazzi come me, stranieri per nascita ma con le stesse identiche aspirazioni dei loro compagni di classe, ovvero diplomarsi e lavorare sul mare. Ma cosa consigliare a quelli più giovani di me che intendono avvicinarsi a questa carriera? Certamente un percorso da evitare! O possiedi fin dall'inizio la cittadinanza italiana, oppure sei tagliato fuori, senza speranza.
Io personalmente ho faticato a fare riconoscere il mio percorso di studi a Capo Verde: tra il mio Paese e l'Italia mancano gli accordi internazionali necessari a fare riconoscere il mio Diploma; come me un mio amico proveniente dal Perù e chissà quanti altri. Ho impiegato quasi due anni per ottenere il libretto nel mio Paese...
Ma la scuola italiana non dovrebbe prendersi un impegno nei nostri confronti? Aiutarci nel percorso successivo al Diploma, oppure parlarci chiaro: potete studiare qui da noi, ma sarà impossibile per voi trovare un impiego nel settore!
Scrivo perchè il mio messaggio giunga agli altri ragazzi come me, che non commettano i miei stessi errori... Fra due anni forse sarò cittadino italiano; ma ora questi 5 anni di studio dove finiranno? Li posso pure buttare via.

Flor Gomes


Questo video è stato realizzato da Mario "Marty" Rose del Massachusetts quando intraprese il viaggio verso Capo Verde nel 1937. E' un reperto importante nell'archivio della storia di Capo Verde.


martedì 27 novembre 2012

Isola di Boavista, dopo la pioggia!


Basta una goccia d'acqua e, come per magia,
Capo Verde diventa...


sabato 17 novembre 2012

According to leggend
When God was satisfied with creation
He brushed His hand together and the crumbs
That fell unnoticed from His fingers into the sea
Formed the 
Cabo verde Islands


lunedì 12 novembre 2012

Um povo nunca esquece as suas tradiçoes








Donne capoverdiane nell'isola di Sao Vicente 
(Lavorazione del mais con Pilao/ Pestello)


domenica 11 novembre 2012


“Depois da indipendencia os cabo-verdianos deixaram de falar portugues”


Sono qui a casa mia, nel mio letto e stavo per spegnere la luce ... sono le due di notte, e nella mia mente affiora questo pensiero: ….“Dopo l'indipendenza molti capoverdiani hanno smesso di parlare ed imparare il portoghese correttamente a scuola. Ma perché?”
Non ho alcun libro vicino a me, il computer è spento e ho solo un quaderno per gli appunti. Fra le mie dita scivola la matita (non trovo la penna) e i miei occhi sono rivolti verso il cielo... sto aspettando una risposta alla mia domanda... una persona normale, sana di mente, non ha un simile tormento a quest'ora!!! Ma a chi importa se i capoverdiani vogliono o no parlare il portoghese?
Vorrei dire che ho sonno, ma rischierei di diventare una bugiarda. Fuori piove... tantissimo! Potrei andare a fare il ballo del sole per far smettere di piovere, ma ormai il tempo non ha tempo!
Mi gratto il mento, guardo di nuovo verso il cielo e mi chiedo di nuovo: “ Perché i capoverdiani non vogliono parlare il portoghese?”
Veniamo al dunque e facciamo i seri. L'anno scorso quando ho partecipato al “V Congresso dos Quadros Cabo-verdianos da Diaspora” a Sao Vicente, è stata affrontata per varie volte la questione di ufficializzare il creolo come una lingua e farla diventare la nostra lingua ufficiale. Nei vari dibatti
a cui ho assistito c'era chi sosteneva che bisognava abolire il portoghese e lasciare solo il creolo; quelli che volevano tutte e due come lingue principali così si diventava bilingui, oppure, quelli che non erano assolutamente d'accordo con le prime due opzioni e ritenevano che era meglio lasciare le cose come stanno.
Ciò che ho potuto capire è che la richiesta di levare il portoghese come lingua ufficiale proveniva spesso dagli immigrati, dal ministero dell'educazione, da due o tre personaggi pubblici. Quanto al fatto che Capo Verde possa essere un paese bilingue, la proposta veniva sempre lanciata da persone mediatrici che in qualche modo cercano di risolvere i problemi; infine l'ultima proposta veniva lanciata dagli insegnanti, scrittori, intellettuali, persone comuni i quali affermavano che per loro ogni isola ha il suo creolo e quindi nessuna delle isole è disposta a perderlo.
Se chiediamo a uno di Sao Vicente di parlare il creolo di Santiago e non il suo, ci ride in faccia. Se chiediamo a uno di Fogo di parlare il creolo di Sao Nicolau.... vedremo la stessa reazione.
Ma esiste una vera e propria grammatica del creolo? Una grammatica con regole valide per tutte le isole? A parte noi, nel mondo, chi parla il creolo?
Secondo me Capo Verde vuole troppo affermarsi come un paese indipendente, capace di camminare con le sue gambe e si dimentica che un paese non va avanti senza aiuto degli altri o di qualcosa. Il portoghese ci serve, appartiene a noi nel bene e nel male.
Prima del 2000 nessuno scriveva in creolo, tutti erano costretti a scrivere in portoghese, non importava se sbagliavi o no... l'importante era farlo. Ora, specialmente nei nuovi mezzi di comunicazione (cellulari e social network) tutti scrivono solo in creolo. I giovani non vogliono più saperne del portoghese, le televisione e la radio di Capo Verde trasmettono dei programmi dove si parla solo il creolo e non il portoghese, i nostri giornalisti fanno fatica a coniugare un verbo in portoghese.
La lingua è un fattore molto importante, ci permette di comunicare, di esprimere i nostri pensieri e le nostre idee. Cambiare una lingua ora in un paese come Capo Verde sarebbe un rischio troppo grosso anche in un prossimo futuro.
Con l' avvento del capitalismo, dei liberi mercati, scambi culturali, aperture delle frontiere, la lingua è diventata uno strumento di grande importanza, senza di essa molti rapporti non potrebbero esistere ai giorni d'oggi.
La lingua portoghese è parlata ovunque, in Portogallo, in Brasile, a Capo Verde, in Timor Est, in Angola, in Mozambico, in Guinea-Bissau, in Sao Tomé e Principe, in Macau e in India (Gaboa). Quindi è una lingua abbastanza parlata dagli abitanti del mondo. E il creolo?
Ogni paese che è stato colonizzato ha avuto in cambio una lingua nuova, molti dialetti e lingue dei luoghi sono andati persi nel tempo (ed è un vero peccato), però oggi ognuna di queste lingue nuove ci servono.
Il capoverdiano all'estero non parla il portoghese, lo capisce benissimo..ma parlare e scrivere è un più difficile. Son capaci di imparare benissimo l'italiano e il portoghese no. Arrivano al punto anche di negare il creolo. Ad esempio, mi è capitato di sentire una ragazza che, da quattro anni è in Italia, di dire che non riesce più a parlare in portoghese, né in creolo e parla solo italiano. Ora, mi sta bene tutto, ma neanche il creolo? E questo è quello che accade all'estero.
A Capo Verde da sempre sono arrivate influenze di altre lingue, a causa dell'immigrazione. L'immigrato tornava e portava una nuova parola, i capoverdiani ascoltavano e mixavano con il creolo. Da questo mix o fusione nasceva una parola o una frase nuova, esempio “ Tud cool” che significa tutto bene.
Grazie alla televisione brasiliana “Rede Record”, alle telenovelas e agli studenti che tornavo dal Brasile, tutti iniziarono a parlare il portoghese del Brasile. Gli insegnanti uscivano fuori di testa e anche tuttora perché non riescono più a insegnare il portoghese bene. Nel frattempo nascono le discussioni.
Prima di pensare ad instaurare un dialetto come la lingua ufficiale di un paese, bisogna pensare a tanti pro e contro, bisogna vedere la situazione del paese, se la società è disposta a questo grande cambiamento e se si quali sono le vere ragioni ( tanti giovani ad esempio pensano che avrebbero meno da studiare... tutto per una questione di pigrizia mentale). In un paese come Capo Verde con nove tipi creolo diversi, non è assolutamente un lavoro facile da eseguire.
Dopo l'indipendenza di qualsiasi paese, la voglia di cancellare il passaggio dei colonizzatori è tanta. Niente deve rimanere, tutto quello che apparteneva a loro non deve assolutamente appartenerci. E per certo non si può dar loro contro. Per anni sono stati oppressi, ogni risorsa è stata portata via, gente strappata dalla propria terra, beni portati via, e lì, solo è rimasta la speranza. A chi farebbe piacere trovarsi in una situazione del genere? Trovare il proprio luogo distrutto dalle mani degli altri? Gente che veniva massacrata, picchiata, perché non accettava le regole degli altri?
Capo Verde ebbe la sua indipendenza e chiaramente il paese doveva dare una svolta, doveva iniziare a camminare con le proprie gambe. Devo ammettere che un paese come Capo Verde, piccolo, senza risorse naturali, diviso in isole, è riuscito finora a camminare con i propri passi e tuttora non c' è mai stata una situazione di guerra o conflitto.
Fino ai giorni d' oggi nell'arcipelago ci sono stati solo due partiti a governare il paese, ognuno con la sua politica. Per me, in realtà non c'è stata tanta differenza da un governo all'altro, ma come dico sempre la politica è un campo minato. Se continuo a parlare, potrei rischiare di calpestare qualche mina vagante e la situazione potrebbe mutare in una scena veramente apocalittica.
Ritornando al discorso di prima, molti governi dopo l'indipendenza del loro paese cercano di instaurare una politica contro- colonialismo, di svegliare nelle persone il sentimento di patria, d'affermazione di un'identità propria... ad un certo punto diventano anche loro colonizzatori della propria razza.
Nelle società di oggi esistono solo delle pecore, siamo un gregge di pecore. Pecore incapaci di pensare, di ragionare, di ascoltare, di provare sentimenti reali. Il nostro pastore è il mass media e noi ci muoviamo da pascolo a pascolo.
Pensare fa male, sognare è per gli stupidi, il senso di unione è per persone deboli, l'onore è stato cancellato da tutti i dizionari, il rispetto lo chiamiamo “respect”, la meditazione è per i disperati, credere in qualcosa è essere fuori di testa.
Al popolo capoverdiano ogni sera prima di addormentarsi, gli viene raccontata una favola quella di : “ Un popolo libero deve dormire”.

Qamar S. Andrade

mercoledì 7 novembre 2012



Youssef e la nutella







In un paese lontano viveva un ragazzo di nome Youssef. Aveva 20 anni e apparteneva a una famiglia povera. Ogni giorno usciva per andare a lavorare nella piantagione di caffè, prendeva il solito pulmino che lo portava a 100 km da casa sua. Si svegliava tutte le mattine alle 4 per sgobbare tutto il giorno fino alla sera; preparava il suo cestino con il pranzo e salutava la madre in segno di rispetto.
Era il fratello maggiore di 7 figli (4 maschi e 3 femmine).
Youssef era un ragazzo dalla carnagione scura, snello ma forte; aveva occhi neri, timidi che colpivano chiunque lo guardasse; aveva un bellissimo sorriso ed era un ragazzo sveglio.
Era bravo in matematica infatti tutti si facevano aiutare da lui per la contabilità domestica soprattutto la vicina di casa anziana Safiyyah.
Sarebbe potuto andare al liceo ma i genitori non potevano permetterselo, e la madre era dispiaciuta perchè conosceva le qualità del figlio.
Ogni sera prima di andare a letto Youssef baciava la madre sulla fronte; lei lo guardava negli occhi con aria malinconica e diceva sempre questa frase:

“Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito.
Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle.
Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Il padre era un invalido, che non aveva mai ricevuto nessuna ricompensa o pensione dopo quella maledetta guerra.
Abitavano in un paesino di soli 200 abitanti ricco di vegetazione dove si conoscevano tutti.
C'era un unico televisore dove tutti si riunivano alla sera dopo cena per guardare film, telenovelas, partite di calcio, telegiornali etc.. dipendeva dalla serata.
Youssef quando guardava la tv rimaneva sempre colpito dalla pubblicità.
L' immagine che aveva sempre impressa nella mente era quella della famigliola felice che faceva colazione spalmando la nutella su questa fetta di pane.
Questa pubblicità lo faceva riflettere sulla sua situazione, questo lusso non gli era permesso, infatti il pane era fatto in casa dalla madre e a volte gli veniva concesso solo il burro che il pastore Muhammed portava loro.
Ah come desiderava quella nutella! Voleva assaggiarla almeno una volta per capire che gusto avesse e provare quella sensazione di felicità che provava quella famiglia della pubblicità.
Una sera un po' diversa dalle altre fece il sogno di essere seduto a tavola con la sua famiglia a mangiare la nutella.
Quando si svegliò prese la decisione di partire alla ricerca di quel nettare degli dei.
Alla sera, dopo il lavoro, durante la cena comunicò alla famiglia che voleva partire.
Tutti rimasero sconcertati, nessuno se lo aspettava, tranne la madre che sapeva sarebbe arrivato questo momento.
Youssef aveva un amico che conosceva un tizio che organizzava viaggi su barche e con i pochi soldi che aveva messo da parte e con i risparmi della famiglia... potè partire.
A lui poco importava se rischiava la morte ma voleva la sua nutella.
Arrivò il giorno della partenza tutti nel paesino erano tristi, l' anziana Safiyya piangeva e urlava : “ Il mio bambino partirà e non tornerà mai più.”
Ognuno gli fece dei piccoli regali/portafortuna.
Lasciò il suo lavoro al fratello secondogenito Ismael, così poteva prendere il suo posto nel sostenimento della famiglia.
Salutò tutti e lasciò per ultima la madre che strinse con un abbraccio. La tristezza della madre era così profonda che riuscì a dirgli solo la solita frase:

“ Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito.
Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle.
Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Prese le sue cose e dopo tanti saluti partì alla ricerca della sua nutella.

(Dedicato a un caro amico che perse la vita per inseguire il suo sogno).

Sandra Andrade