venerdì 14 dicembre 2012
sabato 8 dicembre 2012
Lettera di un giovane marinaio
Sono un Allievo di Coperta, mi sono diplomato nel 2008
presso il Nautico "San Giorgio" di Genova; non
riesco a trovare un lavoro. Il mio problema? Non sono nato in Italia,
ma nelle isole di Capo Verde, quindi pur vivendo dal 2001 nel Vostro
Paese, pur avendo frequentato le vostre scuole e parlando
perfettamente la Vostra lingua, non riesco ad ottenere il libretto
italiano. Non sono cittadino italiano, quindi non posso seguire i
corsi professionali, ne' iscrivermi alla Gente di Mare, non posso
frequentare l'Accademia Italiana della marina mercantile, pur avendo
appena terminato presso questa istituzione il corso di inglese
marittimo rivolto a disoccupati nel settore.
Non sono l'unico giovane in queste condizioni in Italia:
i Nautici attirano molti ragazzi come me, stranieri per nascita ma
con le stesse identiche aspirazioni dei loro compagni di classe,
ovvero diplomarsi e lavorare sul mare. Ma cosa consigliare a quelli
più giovani di me che intendono avvicinarsi a questa carriera?
Certamente un percorso da evitare! O possiedi fin dall'inizio la
cittadinanza italiana, oppure sei tagliato fuori, senza speranza.
Io personalmente ho faticato a fare riconoscere il mio
percorso di studi a Capo Verde: tra il mio Paese e l'Italia mancano
gli accordi internazionali necessari a fare riconoscere il mio
Diploma; come me un mio amico proveniente dal Perù e chissà quanti
altri. Ho impiegato quasi due anni per ottenere il libretto nel mio
Paese...
Ma la scuola italiana non dovrebbe prendersi un impegno
nei nostri confronti? Aiutarci nel percorso successivo al Diploma,
oppure parlarci chiaro: potete studiare qui da noi, ma sarà
impossibile per voi trovare un impiego nel settore!
Scrivo perchè il mio messaggio giunga agli altri
ragazzi come me, che non commettano i miei stessi errori... Fra due
anni forse sarò cittadino italiano; ma ora questi 5 anni di studio
dove finiranno? Li posso pure buttare via.
Flor Gomes
Questo video è stato realizzato da Mario "Marty" Rose del Massachusetts quando intraprese il viaggio verso Capo Verde nel 1937. E' un reperto importante nell'archivio della storia di Capo Verde.
martedì 27 novembre 2012
Isola di Boavista, dopo la pioggia!
Basta una goccia d'acqua e, come per magia,
Capo Verde diventa...
sabato 17 novembre 2012
According to leggend
When God was satisfied with creation
He brushed His hand together and the crumbs
That fell unnoticed from His fingers into the sea
Formed the
Cabo verde Islands
lunedì 12 novembre 2012
domenica 11 novembre 2012
“Depois da
indipendencia os cabo-verdianos deixaram de falar portugues”
Sono qui a casa mia, nel
mio letto e stavo per spegnere la luce ... sono le due di notte, e
nella mia mente affiora questo pensiero: ….“Dopo l'indipendenza
molti capoverdiani hanno smesso di parlare ed imparare il portoghese
correttamente a scuola. Ma perché?”
Non ho alcun libro vicino
a me, il computer è spento e ho solo un quaderno per gli appunti.
Fra le mie dita scivola la matita (non trovo la penna) e i miei occhi
sono rivolti verso il cielo... sto aspettando una risposta alla mia
domanda... una persona normale, sana di mente, non ha un simile
tormento a quest'ora!!! Ma a chi importa se i capoverdiani vogliono o
no parlare il portoghese?
Vorrei dire che ho sonno,
ma rischierei di diventare una bugiarda. Fuori piove... tantissimo!
Potrei andare a fare il ballo del sole per far smettere di piovere,
ma ormai il tempo non ha tempo!
Mi gratto il mento,
guardo di nuovo verso il cielo e mi chiedo di nuovo: “ Perché i
capoverdiani non vogliono parlare il portoghese?”
Veniamo al dunque e
facciamo i seri. L'anno scorso quando ho partecipato al “V
Congresso dos Quadros Cabo-verdianos da Diaspora” a Sao Vicente, è
stata affrontata per varie volte la questione di ufficializzare il
creolo come una lingua e farla diventare la nostra lingua ufficiale.
Nei vari dibatti
a cui ho assistito c'era
chi sosteneva che bisognava abolire il portoghese e lasciare solo il
creolo; quelli che volevano tutte e due come lingue principali così
si diventava bilingui, oppure, quelli che non erano assolutamente
d'accordo con le prime due opzioni e ritenevano che era meglio
lasciare le cose come stanno.
Ciò che ho potuto capire
è che la richiesta di levare il portoghese come lingua ufficiale
proveniva spesso dagli immigrati, dal ministero dell'educazione, da
due o tre personaggi pubblici. Quanto al fatto che Capo Verde possa
essere un paese bilingue, la proposta veniva sempre lanciata da
persone mediatrici che in qualche modo cercano di risolvere i
problemi; infine l'ultima proposta veniva lanciata dagli insegnanti,
scrittori, intellettuali, persone comuni i quali affermavano che per
loro ogni isola ha il suo creolo e quindi nessuna delle isole è
disposta a perderlo.
Se chiediamo a uno di Sao
Vicente di parlare il creolo di Santiago e non il suo, ci ride in
faccia. Se chiediamo a uno di Fogo di parlare il creolo di Sao
Nicolau.... vedremo la stessa reazione.
Ma esiste una vera e
propria grammatica del creolo? Una grammatica con regole valide per
tutte le isole? A parte noi, nel mondo, chi parla il creolo?
Secondo me Capo Verde
vuole troppo affermarsi come un paese indipendente, capace di
camminare con le sue gambe e si dimentica che un paese non va avanti
senza aiuto degli altri o di qualcosa. Il portoghese ci serve,
appartiene a noi nel bene e nel male.
Prima del 2000 nessuno
scriveva in creolo, tutti erano costretti a scrivere in portoghese,
non importava se sbagliavi o no... l'importante era farlo. Ora,
specialmente nei nuovi mezzi di comunicazione (cellulari e social
network) tutti scrivono solo in creolo. I giovani non vogliono più
saperne del portoghese, le televisione e la radio di Capo Verde
trasmettono dei programmi dove si parla solo il creolo e non il
portoghese, i nostri giornalisti fanno fatica a coniugare un verbo in
portoghese.
La lingua è un fattore
molto importante, ci permette di comunicare, di esprimere i nostri
pensieri e le nostre idee. Cambiare una lingua ora in un paese come
Capo Verde sarebbe un rischio troppo grosso anche in un prossimo
futuro.
Con l' avvento del
capitalismo, dei liberi mercati, scambi culturali, aperture delle
frontiere, la lingua è diventata uno strumento di grande importanza,
senza di essa molti rapporti non potrebbero esistere ai giorni
d'oggi.
La lingua portoghese è
parlata ovunque, in Portogallo, in Brasile, a Capo Verde, in Timor
Est, in Angola, in Mozambico, in Guinea-Bissau, in Sao Tomé e
Principe, in Macau e in India (Gaboa). Quindi è una lingua
abbastanza parlata dagli abitanti del mondo. E il creolo?
Ogni paese che è stato
colonizzato ha avuto in cambio una lingua nuova, molti dialetti e
lingue dei luoghi sono andati persi nel tempo (ed è un vero
peccato), però oggi ognuna di queste lingue nuove ci servono.
Il capoverdiano
all'estero non parla il portoghese, lo capisce benissimo..ma parlare
e scrivere è un più difficile. Son capaci di imparare benissimo
l'italiano e il portoghese no. Arrivano al punto anche di negare il
creolo. Ad esempio, mi è capitato di sentire una ragazza che, da
quattro anni è in Italia, di dire che non riesce più a parlare in
portoghese, né in creolo e parla solo italiano. Ora, mi sta bene
tutto, ma neanche il creolo? E questo è quello che accade
all'estero.
A Capo Verde da sempre
sono arrivate influenze di altre lingue, a causa dell'immigrazione.
L'immigrato tornava e portava una nuova parola, i capoverdiani
ascoltavano e mixavano con il creolo. Da questo mix o fusione nasceva
una parola o una frase nuova, esempio “ Tud cool” che significa
tutto bene.
Grazie alla televisione
brasiliana “Rede Record”, alle telenovelas e agli studenti che
tornavo dal Brasile, tutti iniziarono a parlare il portoghese del
Brasile. Gli insegnanti uscivano fuori di testa e anche tuttora
perché non riescono più a insegnare il portoghese bene. Nel
frattempo nascono le discussioni.
Prima di pensare ad
instaurare un dialetto come la lingua ufficiale di un paese, bisogna
pensare a tanti pro e contro, bisogna vedere la situazione del paese,
se la società è disposta a questo grande cambiamento e se si quali
sono le vere ragioni ( tanti giovani ad esempio pensano che avrebbero
meno da studiare... tutto per una questione di pigrizia mentale). In
un paese come Capo Verde con nove tipi creolo diversi, non è
assolutamente un lavoro facile da eseguire.
Dopo l'indipendenza di
qualsiasi paese, la voglia di cancellare il passaggio dei
colonizzatori è tanta. Niente deve rimanere, tutto quello che
apparteneva a loro non deve assolutamente appartenerci. E per certo
non si può dar loro contro. Per anni sono stati oppressi, ogni
risorsa è stata portata via, gente strappata dalla propria terra,
beni portati via, e lì, solo è rimasta la speranza. A chi farebbe
piacere trovarsi in una situazione del genere? Trovare il proprio
luogo distrutto dalle mani degli altri? Gente che veniva massacrata,
picchiata, perché non accettava le regole degli altri?
Capo Verde ebbe la sua
indipendenza e chiaramente il paese doveva dare una svolta, doveva
iniziare a camminare con le proprie gambe. Devo ammettere che un
paese come Capo Verde, piccolo, senza risorse naturali, diviso in
isole, è riuscito finora a camminare con i propri passi e tuttora
non c' è mai stata una situazione di guerra o conflitto.
Fino ai giorni d' oggi
nell'arcipelago ci sono stati solo due partiti a governare il paese,
ognuno con la sua politica. Per me, in realtà non c'è stata tanta
differenza da un governo all'altro, ma come dico sempre la politica è
un campo minato. Se continuo a parlare, potrei rischiare di
calpestare qualche mina vagante e la situazione potrebbe mutare in
una scena veramente apocalittica.
Ritornando al discorso di
prima, molti governi dopo l'indipendenza del loro paese cercano di
instaurare una politica contro- colonialismo, di svegliare nelle
persone il sentimento di patria, d'affermazione di un'identità
propria... ad un certo punto diventano anche loro colonizzatori
della propria razza.
Nelle società di oggi
esistono solo delle pecore, siamo un gregge di pecore. Pecore
incapaci di pensare, di ragionare, di ascoltare, di provare
sentimenti reali. Il nostro pastore è il mass media e noi ci
muoviamo da pascolo a pascolo.
Pensare fa male, sognare
è per gli stupidi, il senso di unione è per persone deboli, l'onore
è stato cancellato da tutti i dizionari, il rispetto lo chiamiamo
“respect”, la meditazione è per i disperati, credere in qualcosa
è essere fuori di testa.
Al popolo capoverdiano
ogni sera prima di addormentarsi, gli viene raccontata una favola
quella di : “ Un popolo libero deve dormire”.
Qamar S. Andrade
mercoledì 7 novembre 2012
Youssef e la nutella
Era il fratello maggiore
di 7 figli (4 maschi e 3 femmine).
Youssef era un ragazzo
dalla carnagione scura, snello ma forte; aveva occhi neri, timidi che
colpivano chiunque lo guardasse; aveva un bellissimo sorriso ed era
un ragazzo sveglio.
Era bravo in matematica
infatti tutti si facevano aiutare da lui per la contabilità
domestica soprattutto la vicina di casa anziana Safiyyah.
Sarebbe potuto andare al
liceo ma i genitori non potevano permetterselo, e la madre era dispiaciuta
perchè conosceva le qualità del figlio.
Ogni sera prima di andare
a letto Youssef baciava la madre sulla fronte; lei lo guardava negli
occhi con aria malinconica e diceva sempre questa frase:
“Tu sei mio figlio e dal
mio ventre sei uscito.
Sei un pezzo di me e credo
in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle
stelle.
Segui il tuo cuore e non
dimenticare mai chi sei.”
Il padre era un invalido,
che non aveva mai ricevuto nessuna ricompensa o pensione dopo quella
maledetta guerra.
Abitavano in un paesino
di soli 200 abitanti ricco di vegetazione dove si conoscevano tutti.
C'era un unico televisore
dove tutti si riunivano alla sera dopo cena per guardare film,
telenovelas, partite di calcio, telegiornali etc.. dipendeva dalla
serata.
Youssef quando guardava
la tv rimaneva sempre colpito dalla pubblicità.
L' immagine che aveva
sempre impressa nella mente era quella della famigliola felice che
faceva colazione spalmando la nutella su questa fetta di pane.
Questa pubblicità lo
faceva riflettere sulla sua situazione, questo lusso non gli era
permesso, infatti il pane era fatto in casa dalla madre e a volte gli
veniva concesso solo il burro che il pastore Muhammed portava loro.
Ah come desiderava quella
nutella! Voleva assaggiarla almeno una volta per capire che gusto
avesse e provare quella sensazione di felicità che provava quella
famiglia della pubblicità.
Una sera un po' diversa
dalle altre fece il sogno di essere seduto a tavola con la sua
famiglia a mangiare la nutella.
Quando si svegliò prese
la decisione di partire alla ricerca di quel nettare degli dei.
Alla sera, dopo il
lavoro, durante la cena comunicò alla famiglia che voleva partire.
Tutti rimasero
sconcertati, nessuno se lo aspettava, tranne la madre che sapeva
sarebbe arrivato questo momento.
Youssef aveva un amico
che conosceva un tizio che organizzava viaggi su barche e con i pochi
soldi che aveva messo da parte e con i risparmi della famiglia... potè partire.
A lui poco importava se
rischiava la morte ma voleva la sua nutella.
Arrivò il giorno della
partenza tutti nel paesino erano tristi, l' anziana Safiyya piangeva
e urlava : “ Il mio bambino partirà e non tornerà mai più.”
Ognuno gli fece dei
piccoli regali/portafortuna.
Lasciò il suo lavoro al
fratello secondogenito Ismael, così poteva prendere il suo posto nel
sostenimento della famiglia.
Salutò tutti e lasciò
per ultima la madre che strinse con un abbraccio. La tristezza della
madre era così profonda che riuscì a dirgli solo la solita frase:
“ Tu sei mio figlio e dal
mio ventre sei uscito.
Sei un pezzo di me e credo
in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle
stelle.
Segui il tuo cuore e non
dimenticare mai chi sei.”
Prese le sue cose e dopo
tanti saluti partì alla ricerca della sua nutella.
(Dedicato a un caro amico
che perse la vita per inseguire il suo sogno).
Sandra Andrade
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